Alberto Giovannini è nato ad Orvieto (TR) il 18 aprile 1970.
Agli inizi degli anni 90’ si trasferisce a Viterbo dove consegue la Laurea in Scienze Forestali presso la Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi della Tuscia.
A Viterbo comincia un lungo percorso lavorativo nel sociale che lo vede tuttora impegnato: per anni ha lavorato in una casa famiglia per disabili adulti e collaborato ad attività volte al reinserimento lavorativo di persone svantaggiate.

Inizia a dipingere nel 1998, dapprima sperimentando l’uso e la fusione di materiale plastico, per poi passare ai colori ad olio e acrilici utilizzando sempre e comunque materiali che infondessero spessore e fisicità alle opere (carta vetrata, legno, gesso, fili di ferro).
Soprattutto la carta vetrata, comunemente utilizzata per ripulire, grattare via, togliere, diventa nei suoi quadri materiale da sovrapporre, a sua volta sovrapponibile. Aggiungerla per creare rilievi, confini, spaziature, le fanno svolgere un’azione perfettamente contraria alla sua natura artificiosa, vuol dire liberarla del suo valore utilitaristico e farla tornare ad essere quel che vuole: colore e materia.
Allo stesso modo, in ogni sfumatura ed in ogni tonalità cromatica impressa sulla tela , è possibile ritrovare la stessa azione liberante e liberatoria: i colori fuori dalla forma o, più semplicemente, la forma fuori da ogni schema.
Dal 2010 inizia un percorso di ricerca parallelo, “verso l’ipomateria”, producendo opere in digitale da stampare su materiali diversi (forex, alluminio, PVC).

<<... quando inizio un'opera ho sempre un'idea (o un ideale) su come realizzarla, ma quando le mani cominciano a muoversi sulla tela e il cuore a sbarazzarsi del sangue in modo più irregolare, questa inevitabilmente viene sopraffatta dall’emergere di mille altre verità espressive che mi portano a raggiungere obiettivi diversi, non immaginabili a priori, certamente validi ed autentici perché realmente liberi. Tecnicamente questa elaborazione si traduce in una continua sovrapposizione di colore che produce nelle opere uno spessore ben evidente che amo definire la “parte fisica” del quadro dalla quale emerge il disegno, o segno finale, che deve adagiarsi su di essa, secondo la mia idea, in perfetto equilibrio visivo. Il risultato spesso è imprevedibile, a volte indecifrabile, fantastico o drammatico. Come la vita.>>